Velasco, la Juve, io. Sogno di una notte di mezza estate

Prefazione alla prefazione.
Il pezzo che segue ha avuto genesi dopo l’eliminazione della Juventus dalla Champions League ad opera del Galatasaray; siccome non volevo sembrasse un attacco a Conte, alla fine ho deciso di non postarlo. L’ho ripreso in mano a maggio, dopo lo sfogo di Conte che aveva fatto pensare ad un suo addio; anche lì, niente. Mi son detto: tanto se ne va, che senso ha parlare di lui e della prossima Champions League, se non sarà più sulla panchina bianconera? Poi il twitt di conferma della Società mi aveva quasi convinto; ho ripreso il pezzo, l’ho finito, ma di nuovo, senza nessuna ragione particolare, non ho mai trovato il momento giusto per il click decisivo. E quando Conte ha lasciato veramente la Juventus, è diventato nuovamente un lungo, inutile spreco di tempo e parole. Oggi invece mi sono finalmente deciso, ed il motivo risiede in quello che ha detto Allegri nella sua ultima conferenza stampa, che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia. Cos’ha detto di così decisivo, per convincermi a postarlo? Chi avrà la forza di arrivare in fondo a questo lunghissimo post lo scoprirà!

velasco

Prefazione.
Mettiamo come ipotesi che il motivo è che non giochiamo bene, che è per questo che perdiamo”. (Julio Velasco)

Due amici al bar, davanti ad un caffè ed una birretta.

Senti Julio, ti chiedo una cosa. Nella tua carriera hai preso una squadra, la Nazionale italiana di pallavolo, che da anni non vinceva nulla in campo internazionale e l’hai portata stabilmente in cima al mondo. Inoltre, tra le tue esperienze, vanti anche la qualifica di dirigente sportivo all’Inter ed alla Lazio, quindi sai anche come funziona il mondo del calcio; ed allora voglio chiederti questo.
La Juventus è uno schiacciasassi in Italia, ma sembra avere molte difficoltà in Europa. Finora, per spiegare perché la Juventus faccia così fatica in Europa, si sono portati vari elementi: la mentalità, il fatto che il campionato italiano non sia allenante, il “dna Juve” (società da sempre concentrata sul campionato, rispetto per esempio al Milan, più “europeo”), il modulo, la poca esperienza internazionale dell’allenatore e di molti giocatori, il fatturato, la sfortuna, l’approccio alle partite… insomma, di tutto un po’: tu che ne pensi?
Quando si cercava di spiegare perché la Nazionale perdeva, c’erano delle spiegazioni molto accurate della realtà: si spiegava qual era la realtà della pallavolo italiana, dello sport italiano, dell’Italia come Paese… però sempre la spiegazione della realtà era per spiegare perché le cose NON si potevano fare; non erano un’analisi della realtà per dire “bene, la realtà è questa, e quindi noi dobbiamo fare così”. Questa cosa io la chiamo la cultura degli alibi. La cultura degli alibi era spiegare sempre con motivi che non c’entravano niente con noi perché le cose andavano male. Allora si dicevano cose di questo tipo, che oggi fanno un po’ sorridere ma che sono vere… Perché non si poteva avere una Nazionale forte? “Perché il campionato era troppo debole”. Quindi che possiamo fare? Bisogna modificare il campionato, mica allenare bene la Nazionale! No, modificare il campionato. Si diceva: “mah, è difficile che l’Italia possa vincere nella pallavolo perché i Paesi latini, i popoli latini, sono creativi, servono per sport come il calcio, ma in uno sport come la pallavolo, che richiede grande concentrazione, è molto difficile che siamo tra i primi del mondo. Infatti i russi sono i più forti, perché è un popolo diverso, gioca a scacchi, invece noi giochiamo a pallone”, e via dicendo. Al che, di fronte a questi argomenti… molto culturali, come vedi si scomodava la razza latina, la storia, la cultura etc… noi abbiamo cercato anche nel nostro bagaglio culturale e abbiamo detto “mah, che ci risulti, nelle torri di controllo degli aeroporti latini non ci sono più incidenti che in quelli russi o americani”; ossia, quelli che sono in torre di controllo sono latini eppure non lasciano che gli aerei si scontrino tra loro, quindi può darsi che non sia un grosso problema essere italiano per giocare uno sport di concentrazione: se ci riescono alla torre di controllo forse ci riusciamo anche noi! Si diceva anche che i russi avevano l’educazione fisica nelle scuole elementari, oltre che alle medie e alle superiori; noi no, noi solo alle medie, quindi a questo punto noi dovevamo presentare un progetto di legge in parlamento, aspettare due o tre generazioni e poi provare a vincere. Su questi esempi, noi abbiamo cominciato a stabilire, senza per questo fare del volontarismo, di dire che tutto si può fare, che con la volontà… no, se no arriviamo ai film americani con Jack Lemmon, si arriva all’esagerazione che con la buona volontà, lo sforzo, si fa qualunque cosa… No, non è neanche così. Però, sulla base di fare una diagnosi corretta della situazione, non accettare alibi, nel senso di non accettare il perché una cosa non si può fare che non sia per la propria responsabilità. Ossia, io non accetto da parte dei giocatori che mi vengono a dire “questo non posso” e il perché non c’entra con loro: dal gioco a tutto il resto.

Tutto questo va bene, capisco cosa vuoi dire; ma qual era, secondo te, il motivo “vero”? Cosa dicevi alla Federazione?
Può darsi che semplicemente il motivo sia che giochiamo peggio, che gli altri giocano meglio? Quindi cerchiamo di vedere in che cosa noi giochiamo peggio e dove possiamo migliorare! Questo problema della cultura degli alibi non è solo una questione culturale generale: ci impediva di imparare.

Ok, ho capito. Però ammetterai che ci sono anche fattori imponderabili, casuali: ad esempio non si può negare che nell’eliminazione col Galatasaray, grande colpa sia stata del campo in pessime condizioni. Si dice anche che sia stato volutamente “arato” per rendere più difficoltoso alla Juve attaccare nella metà campo dei turchi. Infatti è risaputo che la Juve è una squadra molto manovriera, molto tecnica, che fa dell’organizzazione di gioco il suo punto forte, ed è danneggiata dai campi pesanti.
Quando ero ancora adolescente, 18 anni, che sono andato a giocare sulla spiaggia in Argentina con compagni di squadra che giocavano a pallavolo, quindi sul parquet, siamo andati a giocare sulla spiaggia ed abbiamo perso non con una squadra, con più di una squadra di giocatori scarsissimi, di giocatori da spiaggia, non giocavano nemmeno in serie A! E noi perdevamo… Allora io mi arrabbiavo… Siccome ero uno che si arrabbiava abbastanza quando perdeva allora… Insomma, dobbiamo vincere questa partita! Allora le spiegazioni erano del tipo: “e ma sai, con la sabbia non riesco a saltare come in palestra”; “ma il vento mi ha spostato la palla”; “il sole mi dà negli occhi”… cioè, si descriveva la situazione della realtà della spiaggia in modo molto corretto, erano vere tutte queste cose, per spiegare perché si perdeva. Per spiegare perché non si poteva fare.
Allora mi ricordo che dicevo: “bene, se non si può fare la rincorsa nella sabbia, saltiamo sul posto; se c’è il sole mettiamo la mano per farci ombra finché arriva la palla, all’ultimo momento la tiriamo via” e via dicendo; “se c’è il vento calcoliamolo, ma non possiamo perdere contro questi che sono scarsi”.
Dobbiamo adattarci noi alla realtà e non utilizzare la realtà per spiegare perché perdiamo.

Effettivamente, ricordo che quando fummo eliminati per colpa del pareggio col Lech Poznan, si disse che il campo impraticabile non aveva agevolato la Juventus che doveva attaccare, ma favoriva chi si difendeva; mentre col Galatasaray, quando era la Juventus nelle condizioni di doversi solo difendere e quindi in condizioni teoricamente vantaggiose, era comunque danneggiata a causa del campo. Insomma, le condizioni del campo erano comunque a danno della Juventus: sia che dovesse attaccare, sia che dovesse difendersi. Però, oggettivamente, i giocatori più tecnici sono sfavoriti dai campi imperfetti.
Quando sulla spiaggia perdevamo e mi dicevano: “E sai, la sabbia! Io non sono abituato alla sabbia! Io faccio la rincorsa e non salto bene!” allora già lì mi dicevo: “Allora me la devo prendere con la sabbia! Devo parlare con la sabbia e dirle: ma com’è che fai? Fai la sabbia? Te che sei la sabbia fai la sabbia?!? Dovresti fare da parquet, perché se no lui non può saltare poverino!” Allora io gli dicevo: “Scusa, se tu vieni a giocare sulla sabbia, hai due possibilità: o non giochi nella sabbia, perché non sei capace, o ti adatti e impari a saltare come si salta sulla sabbia, che ovviamente non è come sul parquet”! Quindi arrivi sulla sabbia e dici: è come il parquet? No, non è come il parquet. E allora salta diverso”. E’ così semplice.

Chiaro. Forse si farebbe meglio a parlare del perché, col possesso del pallone, nel finale di partita, ci si è ridotti ad un tre contro tre che ha portato al gol di Sneijder.
Restiamo sulla squadra allora. Di volta in volta, si è addossata la colpa di una brutta prestazione ad un reparto o addirittura ad un singolo giocatore: l’attaccante che sbagliava il gol facile, il centrocampista che sbagliava l’impostazione e non dava le palle giuste agli attaccanti, o che non faceva abbastanza filtro per la difesa, il difensore che commetteva un errore e causava il gol, la papera del portiere… Insomma, di volta in volta si è trovato un colpevole ben preciso.
Questa cultura degli alibi non era solo in generale, ma era all’interno della squadra. Noi avevamo gli schiacciatori che quando arrivava la palla passata dall’alzatore, per esempio alzata male, attaccava come se la palla fosse alzata bene, quindi palla in rete o palla fuori. Allora si girava verso l’alzatore e gli diceva “un po’ più vicina”… Per di più si parlava durante la partita, quando stava arrivando l’altra palla e noi stavamo a parlare ancora della palla precedente… Dopo avevamo un problema di concentrazione perché siamo latini! In realtà il problema di concentrazione è che stavamo parlando della giocata prima quando dovevamo pensare a quella dopo.

Mi viene in mente il 2-2 col Galatasaray mentre stavamo festeggiando… Scusa se ti ho interrotto, vai pure avanti.
L’alzatore, sotto pressione dello schiacciatore, si girava e diceva a quelli che ricevevano: “ragazzi, la ricezione”! Se la palla fosse stata ricevuta bene, per lui era più facile dare la palla attaccata a rete e non staccata, quindi si girava e diceva: “ragazzi la ricezione”. Il ricevitore si trovava un pochettino in difficoltà, per il piccolo particolare che chi batteva era l’avversario, quindi non poteva dire all’avversario “battete più facile”… E magari diceva “c’è quella luce che mi sbatte nell’occhio, che non mi lascia vedere”… Conclusione, dovevamo chiamare l’elettricista per risolvere il problema. Quindi alla fine tutta la pressione psicologica della squadra era sul ricevitore. Per di più la ricezione è un gesto tecnico della pallavolo che richiede soprattutto tranquillità, non grinta; non serve, peggio, si induriscono i muscoli… Concentrato si, ma molto rilassato.

Quindi mettere troppa pressione su un giocatore, una giocata, un gesto tecnico, è un errore?
Ci sono tanti allenatori che quando uno sbaglia la ricezione dice: “ragazzi, la ricezione!!!”, come se il giocatore non lo sapesse: l’ha appena mandata in tribuna! Ha bisogno che l’allenatore gli dica “riceviamo bene”? “Ho capito, il problema è: come faccio a ricevere bene? Ho capito che devo ricevere meglio, che in tribuna non va bene la palla; questo lo sapevo anche senza un allenatore”. Il problema è togliere pressione e distribuirla in tutta la squadra. Palla ricevuta male, il palleggiatore pensa come alzare una palla precisa con la palla ricevuta male e lo schiacciatore come fa ad attaccare una palla anche se non è alzata bene.

Quindi idea di gioco, tattica, schemi, cercando di eseguire tutto alla perfezione: questa è la ricetta, giusto?
Un’idea molto forte da parte nostra, su cui noi abbiamo insistito molto con la squadra, è che la idea di perfezione, l’aspirazione alla perfezione, è un’idea perdente; anzi è l’idea da perdenti! Perché spesso, quando uno prepara una squadra, si dice così: “dunque, noi dobbiamo giocare questa partita con grande aggressività; però mi raccomando, nei momenti decisivi, tranquilli. Dobbiamo battere forte; però attenzione, non sbagliamo la battuta. Dobbiamo cambiare molti colpi d’attacco; però non schiacciamo fuori e non facciamoci murare”. Ossia, sintesi, “se siamo perfetti questa partita la vinciamo”. Non c’è giocatore, neanche il più stupido, che non sappia che se è perfetto, vince. I giocatori vogliono sapere da noi come vincere anche se non sono perfetti; anche perché gli altri nemmeno sono perfetti, non è che noi sbagliamo e gli altri no. Il problema è scegliere quelle cose determinanti in quella partita, nemmeno in tutto il campionato, ma partita per partita, che ci fanno vincere. Questo fa anche che la motivazione di tutti sia maggiore, perché io qualche errore me lo posso permettere, qualche altro errore invece devo stare molto più attento. Anche nel singolo errore, per esempio parlando dell’alzata, noi possiamo commettere l’errore di alzare troppo vicino a rete, non possiamo commettere l’errore di alzare troppo lontano da rete; non chiedevamo la perfezione, perché “troppo vicino a rete” è facile che l’attaccante si arrangi comunque, “troppo lontano da rete” si regala la palla all’avversario.

Certo che non me ne passi una! Me le smonti tutte. Quindi, da cosa cominceresti?
La determinazione.

La determinazione… O ce l’hai o non ce l’hai.
La determinazione non si compra al supermercato. Non si compra: bisogna tirarla fuori… perché l’abbiamo tutti però. I primi tempi, quando i giocatori non ci credevano molto… perché la prima riunione che ho fatto nel maggio ’89 ho detto “nei primi quattro anni noi dobbiamo diventare… nei primi due tra le prime quattro del mondo, negli altri due tra le prime due”, mi hanno guardato come se fossi un marziano. Io quello che ho fatto è dimostrare loro che avevano più possibilità di quanto loro stessi credevano. E do un esempio a questo: noi conosciamo tante donne, alcune sono di carattere forte, altre no. E quando uno conosce una donna che non ha un carattere molto forte, dice “ma insomma, è così, non c’è modo, non c’è niente da fare, certa aggressività non la tira fuori”. Finché uno le tocca il figlio. Provate a toccare il figlio a una mamma: non importa che carattere ha, diventa un bestia! Questo che significa? Che dipende dalla circostanza, dipende dalla capacità di tirar fuori delle risorse che io ho dentro e che non so a volte nemmeno di avere. Davo come esempio il mondiale dell’82 di calcio. Come mai la nazionale dell’82, nelle peggiori condizioni possibili ha vinto l’unico mondiale dell’era moderna? (in realtà, un’altra nazionale, nel 2006, in condizioni similari, ha vinto un altro mondiale, ma in quel momento non poteva saperlo ndr). Perché normalmente si dice: “se tutto è perfetto, si vince”. Ma come?!? Nell’82 i giocatori erano in litigio con la Federazione, con la Lega, con tutti i giornalisti, silenzio stampa… avevano detto perfino che Cabrini andava con Tardelli!!! Di tutto! Proprio di tutto! Non ci poteva essere una situazione peggiore; quindi loro si sono chiusi, hanno detto “noi giochiamo contro tutti” e hanno vinto il mondiale. Hanno tirato fuori delle risorse straordinarie, in un momento storico preciso. Quindi, ci vuole determinazione. La determinazione non è la conseguenza di un’analisi. Non è: faccio un’analisi del mercato, mi indica che io venderò benissimo, quindi sono convinto di vendere. Così tutti sono convinti. Determinazione è: non ho capito niente di come è il mercato ma io sono convinto che ce la faccio. Questa è la determinazione. Tiro fuori qualcosa in più. Questo è alla base. Questa è la determinazione.

Ho capito. Però ammetterai che quando vedi che a vincere la Champions League sono sempre le solite squadre, cioè quelle con il fatturato più alto, non è facile avere “determinazione”…
Ci vuole anche la fiducia, la fiducia che si può cambiare. Ed è difficile da ottenere perché noi… La saggezza italiana, prodotto di secoli di storia e di cultura straordinaria, è così importante e valida… tranne in alcune occasioni. A volte questa saggezza ci porta alla rassegnazione. “Questo l’ho già visto”, “questo qua già l’ho visto”, “l’ho già visto”, “è così”, “va a finire così”, “si sa come va a finire”… Eppure quello che sembrava impossibile c’è stato. Però questa rassegnazione… A volte un po’ d’incoscienza… Quello che hanno i Paesi giovani, che hanno meno saggezza, hanno meno secoli, non le hanno vissute tutte… E quindi c’è questa idea che arrivo io e cambio tutto. Questo un po’ ci vuole: la fiducia che si può cambiare. Noi allenatori dobbiamo convincere i nostri giocatori che è possibile vincere.
E qua c’è una cosa che io ho verificato negli anni con i gruppi: che i giocatori sono come i figli. Noi possiamo raccontargli quel che vogliamo, ma loro sanno quello che noi sentiamo dentro. Se noi non sentiamo dentro, non pensiamo che è possibile vincere, noi possiamo fare l’arringa prima della battaglia, quella dei film… dire “noi vinceremo!”… Tutto inutile!
Loro sentono che noi non ci crediamo, indipendentemente da quello che diciamo. Allora bisogna crederci…

Ma tu come allenatore, dove trovavi questa forza, questa convinzione?
Forse è il contrario. Non è che la trovo, può darsi anche che chi diventa allenatore è uno che quella dote ce l’ha già, per quello che fa l’allenatore. Non è che prima fa l’allenatore e poi cerca di avere quella dote.

Di quale dote parli? La convinzione?
Quella di vedere l’erba propria più verde di quella del vicino. Se un allenatore non vede il suo giardino meglio di quello del vicino, non farà strada anche se è bravissimo, anche se conosce la pallavolo, il calcio e la pallacanestro! Perché non potrà convincere i giocatori che ce la possiamo fare. Se invece l’avversario è sempre bello… “Eh, io avrei voluto quel giocatore”. Ma gioca contro! “Eh ma i russi sono più alti di noi”. Ma sono russi, non sono italiani! Quindi io devo vedere le virtù dei miei, mi devo innamorare dei miei giocatori, mi devono piacere quelli. Come uno che si sposa e dal giorno dopo di sposarsi le piacciono sempre quelle degli altri! Allora non si deve sposare! Se uno si sposa è perché crede che ha trovato quella giusta. Non sarà la più bella, non vincerà il concorso ma chi se ne frega! E’ giusta per me. Allora, noi dobbiamo credere in questo. Se ci crediamo convinciamo gli altri, se non ci crediamo non convinciamo gli altri.

Mi stai dando una pugnalata. Se penso alle ultime dichiarazioni di Conte, a quelle che aveva fatto dopo la sconfitta col Bayern Monaco, alle lamentele sui giocatori che non ha… Non mi fai ben sperare. Dopo le sconfitte in coppa c’è sempre una scusa diversa; cosa che ad esempio non è avvenuta in campionato. Penso a Firenze o dopo il pareggio (in fuorigioco) col Verona.
Quando noi abbiamo perso come Barcellona ’92, che abbiamo perso ai quarti di finale contro l’Olanda 17-16 al tie break… Allora si giocava solo l’ultimo set con ogni palla un punto… Tu pensa che dopo quella finale la Federazione internazionale cambiò le regole e disse: “No, è troppo crudele che si perda per un punto; dobbiamo mettere due di differenza!”… Quindi è stata l’ultima partita della storia persa per un punto… Siccome hanno fatto di due punti, poi nell’Olimpiade dopo abbiamo perso di due punti al tie break in finale, quindi… E anche lì, quando abbiamo perso, non è che abbiamo detto questo, l’altro; abbiamo detto “per due punti, per uno, ma è stato più bravo l’avversario”. Però abbiamo fatto una cosa che a noi, almeno a me, mi rende molto orgoglioso di quella squadra. Primo, che abbiamo saputo perdere; non abbiamo pianto, non abbiamo dato la colpa a nessuno, abbiamo detto: “abbiamo perso, parlano gli altri, noi non abbiamo niente da dire”. Ma quando abbiamo perso a Barcellona, a noi ci restavano ancora partite da giocare perché perdendo ai quarti di finale dovevamo giocare dal quinto all’ottavo posto. Tutto l’ambiente diceva “ecco, adesso li voglio vedere perché questi hanno vinto sempre, adesso li voglio vedere, adesso crollano, le prossime due partite le giocano… non le giocano per la vittoria”. Allora siamo andati negli spogliatoi… Immagina l’ambiente qual era… ho aspettato un attimo e poi ho detto questo: “se noi adesso che abbiamo perso crolliamo, tutto quello che abbiamo detto e fatto era una grande bugia, nel senso che era vero solo quando le cose ci andavano bene e quando ci vanno male torniamo ad essere quelli che eravamo prima”. E questo ha fatto scattare un orgoglio di appartenenza, di essere una Nazionale diversa, rinomata, elogiata da tutti, e noi abbiamo vinto non solo le due partite dopo in quella Olimpiade, se non che noi nei due anni seguenti abbiamo vinto tutto, quando molti credevano che la squadra sarebbe crollata.

Ok, prima cosa, “imparare a perdere bene”. Qui tutto sommato direi che ci siamo, o comunque manca qualcosa solo per la Champions. Poi?
Io con i giocatori sempre dico questo: c’è una regola principe che ci deve guidare per tutte le cose, che è molto semplice: la realtà è come è, e non come noi vogliamo che sia. E’ così semplice. Quindi questo vale per le condizioni in cui una squadra deve giocare, che magari le mancano due giocatori perché sono infortunati, de l’arbitraggio che magari ha commesso due errori… Vediamo di mettere tutta la nostra energia mentale, fisica, di lavoro, motivazionale, di tutto, a giocare meglio. Che ci vuole per giocare meglio? Parliamo solo di questo. Lasciamo ai politici, ai dirigenti federali, tutte le altre problematiche: noi pensiamo a come giocare meglio! Ci siamo riusciti. Anche perché io credevo che l’Italia, piuttosto che mancarle delle cose, aveva tantissime cose… Forse perché venivo da un Paese che le manca ancora molto di più, per cui io vedevo tutto positivo. E abbiamo cominciato a vincere. A sorpresa di tutti! Infatti avevamo grandissimi premi perché io ho detto: “pochi soldi sicuri e premi molto alti”. Per cosa? Per motivare. Basta con la mentalità “ma facciamo…” “No no no aspiriamo al massimo! Solo medaglia. Oro, argento, bronzo. Quarto posto, zero premio”. “Come! Ma noi non siamo arrivati mai nemmeno quarti”! “Ma io ci credo. Voi non ci credete? Io ci credo”. E da lì siamo partiti. Primo anno, campioni d’Europa. Sorpresa, tutti contenti. Dirigenti un attimo meno dal punto di vista finanziario (ride ndr) ma molto contenti dal punto di vista sportivo… E abbiamo cominciato a vincere molto. Non tutto ma molto. E così è stato per 10 anni. Poi io sono andato via, è arrivato un altro allenatore, ha vinto ancora il mondiale nel ’98, unica squadra a vincere tre mondiali consecutivi nella storia della pallavolo. Questa Nazionale è stata scelta Nazionale del secolo.

Crederci, imparare a perdere, determinazione e puntare al massimo. Poi?
Le tre vittorie. Noi per arrivare alla terza vittoria, che è la vittoria contro gli avversari, noi dobbiamo vincere nelle due occasioni precedenti. Dobbiamo vincere la partita contro i nostri difetti e i nostri limiti e la dobbiamo prendere proprio così, come un avversario. La dobbiamo prendere con l’orgoglio, con la carica che dà una partita contro un avversario; c’è il difetto e ci sono io, c’è il limite e ci sono io: chi vince dei due? Certo, devo accettare che c’è il difetto ovviamente… che non è lo stesso, limite o difetto… se comincio a vincere di quelle partite già ho rotto il cerchio, già sto acquisendo mentalità vincente perché sto vincendo.
Noi allenatori dobbiamo convincere i nostri giocatori… certamente dobbiamo sapere di come giocare, della tattica, della tecnica, ma dobbiamo convincere loro… perché se non convinciamo loro, anche di correggere un difetto tecnico, non solo di vincere ma anche di correggere un difetto tecnico, non miglioriamo i giocatori. E certamente il primo atteggiamento di un giocatore è dire… anche se non lo dice, perché io sono il capo per cui non lo dice… “Ma se io gioco bene, perché mi rompe tutto il giorno con proprio quello che non faccio bene”? Proprio perché è l’unica possibilità che abbiamo di migliorare.
Allora, io utilizzo spesso l’esempio dei musicisti. Grandissimi musicisti che stanno delle ore a provare un suono diverso. Eppure non hanno una concorrenza, non è che perdono le partite, vogliono suonare meglio. “Si ma sa suonare”. Certo, ma vuole suonare ancora meglio. Noi dobbiamo convincerli di questo con paragoni, con esempi, con tutto; dobbiamo convincerli di miglioraci continuamente per poter vincere.
Seconda vittoria che dobbiamo ottenere è contro le difficoltà. Di solito, le nostre squadre vedono le difficoltà come un impedimento: se superiamo le difficoltà abbiamo vinto ancora e stiamo acquisendo una certa mentalità che ci può far vincere.

Ho capito. Tutto chiaro. Vinciamo contro di noi, contro i nostri difetti, superiamo le difficoltà e vinceremo anche contro gli avversari. Ultimissima cosa, poi ti lascio andare. Problema appagamento. Sai, dopo tre scudetti… Esiste davvero o anche questo è un alibi? Voi avete vinto molto e per tanto tempo, quindi non sembri aver avuto questo problema.
Ad un certo punto, nell’ambiente della pallavolo, subentrava un morbo che subentrava in tutti gli altri Paesi dove si è vinto molto, che è quello di credere che uno è il popolo scelto da Dio. “Dio ci ha scelto vincitori, per cui noi non dobbiamo fare altro che seguire le sue indicazioni. Il nostro destino è vincere”. Per cui si è cominciato a rallentare un po’ tutto… Poi spesso quando succedono queste cose si cerca un colpevole invece di cercare i problemi. Quando si cercano solo i colpevoli si rimuove qualcuno, di solito l’allenatore, che certo paga per tutti ma non si risolve il problema, perché il problema è di mentalità, di cambiare la mentalità. E’ dura. E dove è cominciata a cambiare la mentalità? Perché mentre prima noi non eravamo nessuno e quindi tutto era “ANDIAMO A VINCERE!” ANDIAMO A VINCERE!” ANDIAMO A VINCERE!” poi dicevamo “andiamo a vincere”, e non è uguale. E quindi noi come squadra abbiamo fatto… man mano che vincevamo, ci siamo creati un meccanismo all’interno prima dello staff tecnico e dopo con la squadra, di ricominciare la nostra attività ogni anno come se avessimo perso, non come se avessimo vinto. E non è molto complicato se uno lo dice così. Ossia, abbiamo vinto il Mondiale, diciamo: “cosa avremmo fatto, o analizzato, o parlato tra di noi, se avessimo perso?”. Avremmo visto tutte le partite di nuovo per vedere dove c’erano gli errori. Bene, vediamole. Invece di vedere la finale per goderci come abbiamo vinto, vediamole di nuovo come se avessimo perso, a vedere tutti gli errori che ha fatto la nostra squadra. Che cosa avremmo fatto? Avremmo analizzato giocatore per giocatore, oltre che la squadra, avremmo fatto una diagnosi di quali sono i problemi principali, gli errori principali, e avremmo cominciato dal primo giorno di allenamento a dire e allenare gli errori o i difetti dei giocatori. “Tu hai questo difetto, tu questo difetto, tu questo difetto; siete i migliori, però il difetto c’è lo stesso. Quindi non aspettiamo a non essere più i migliori per correggere questi difetti, perché questi difetti tecnici ci sono”. Fare accettare ai giocatori questa mentalità… che non è stato poi molto difficile, anzi, non è stato difficile affatto… è un modo di agire come se avessimo perso. E credo che questo sia parte del segreto per il quale quella Nazionale ha avuto continuità di vittorie… Il segreto principale è che non abbiamo trovato una squadra più forte di noi, perché se no… (ride ndr). Se poi uno fa tutto questo e trova uno più forte perde lo stesso.

Ok, grazie Julio. Direi che il caffè te lo sei guadagnato.

Beh, che ve ne pare? Ce ne sono di spunti interessanti, o no?
Ovviamente, come avrete già facilmente intuito, questo incontro non è mai avvenuto nella realtà, sia perché non conosco personalmente Julio Velasco, sia perché da grande uomo di sport qual è non avrebbe mai accettato di parlare di una realtà che non conosce direttamente; si tratta solo di un escamotage narrativo che mi è stato utile per rendere possibile un’intervista altrimenti impossibile. Per quanto inventata nella forma però, ciò non toglie che le parole siano esattamente le sue nella sostanza (potete trovare le sue conferenze su YouTube, basta digitare “Julio Velasco”) e che si adattino in maniera perfetta alla Juve di coppa. Molte situazioni le avrete riconosciute nel corso della narrazione ed altre sono facilmente individuabili.

Facciamo quindi un rapido ripasso della Juve di coppa di questi due anni.

La prima stagione europea di Conte vide una squadra incosciente, che credeva di poter stupire, che se la giocò con tutti, fino al fatidico “scontro” con il Bayern Monaco. I tedeschi erano certamente superiori, ma l’ostinazione nel voler cercare l’uscita palla al piede dalla linea difensiva, stante l’incapacità dei difensori di superare il pressing e delle punte di tenere il pallone, ha certamente agevolato il compito dei futuri campioni d’Europa. Forse avremmo perso comunque, ma probabilmente una tattica diversa avrebbe aiutato a perdere meglio. Perdemmo male. A dire il vero, molto male; non solo nel senso che ci sovrastarono, ma anche nel senso che… “Contro chi spende 48 milioni di euro per un solo giocatore, cosa puoi fare?” e, peggio ancora, “I campioni ce li comprano, noi facciamo difficoltà a comprare i campioni delle altre squadre, che per di più non vengono, preferiscono andare in Germania, in Inghilterra, in Spagna. Io in questo momento non vedo prospettive di vittoria per una squadra italiana da qui per parecchi anni in Champions League. Per nessuna squadra italiana”. Questa dichiarazione è una pietra tombale sulla determinazione e sulla fiducia. Probabilmente è anche vero, ma sarebbe meglio che Conte dichiarasse (e credesse) tutt’altro.

Quest’anno, forse per caso, forse no, è andata molto peggio. All’esordio contro i modesti danesi, la squadra buttò via tutto il primo tempo, sbagliando clamorosamente approccio. Squadra svogliata o squadra contratta? Tutti abbiamo dato per scontato che la motivazione dell’approccio “molle” fosse la prima: ma se non fosse così? Conte ha dimostrato di essere bravissimo nel mantenere alta la tensione anche in partite certamente meno prestigiose e fascinose: possibile che non ci sia riuscito in partite di Champions, che si preparano da sole? E se fosse invece una tensione troppo alta che ha finito per “bloccare” la squadra? Se il problema fosse, al contrario, “togliere pressione”? Agli attaccanti, che sbagliano troppe occasioni, e ai difensori, “che non si possono permettere nessun errore perché la Champions non perdona”? Possibile vedere una squadra “svogliata” in una partita di Champions? Non è più probabile che sia “bloccata” dalla tensione, dalla “necessità” di dover fare risultato? O forse era veramente demotivata perché “tanto la Champions non si vince”; quindi perché affannarsi? Ovviamente, bisognerebbe essere nello spogliatoio per saperlo per certo; quello che so “per certo” è che il problema esiste, è “dentro” la Juve (perché non dipende dall’avversario) e bisogna provare a risolverlo in maniera diversa da quello che si è fatto finora, perché finora il problema si è ripresentato puntualmente.

Il 2-2 col Galatasaray è fin troppo facile da inquadrare in questa disamina. Riporto i commenti di allora sul blog a quella partita di Faber e Antonio 66:
@Faber Juventus-Lazio 2-1 della stessa stagione. All’83’ ancora inchiodati sull’1-1, finalmente troviamo quel genio di ADP che ci regala il vantaggio. Festeggiamenti? Si. Delirio? Si. Tutti abbracciati? Si. Un piccolo dettaglio, però: c’è un giocatore, non ricordo chi, che dice, che urla, che IMPONE a due compagni che stanno arrivando a festeggiare, di FERMARSI nella metà campo laziale, in modo che, con la squadra distratta a festeggiare, la Lazio non potesse comunque riprendere il gioco. Quella scena mi impressionò, quel dettaglio (studiato in allenamento o suggerito solo dall’esperienza del momento di un calciatore) mi fece pensare… “Cazzo, se curano ‘ste cose, se sono così lucidi anche in un momento di euforia, ci credo che vincono”… Differenze con l’esultanza di ieri?
@Antonio 66 Credo fosse Barzagli. Dovrebbe essere visibile su un video dell’utente “Pagno 1972” su youtube. Torniamo a mercoledì: da quello che si è visto/capito anche Conte aizzava il pubblico invece di far retrocedere tutta la squadra a copertura della propria area.
Sarebbero stati due punti in più nel girone che avrebbero fatto tutta la differenza del mondo; e per conquistarli sarebbe bastato pensare alla giocata dopo invece di dilungarsi nei festeggiamenti…

Ed al ritorno, in casa dei turchi? “Abbiamo provato a farla rimandare. Con il delegato Uefa abbiamo provato a spiegare alcune cose, ma nessuno ha voluto sentire niente. Alla fine del primo tempo ci abbiamo provato di nuovo. Siamo stati decisamente penalizzati, Drogba mi ha detto: ‘Il campo è duro per entrambe le squadre’. Io gli ho risposto che non è la stessa cosa”.
E io? Me la devo prendere con il fango? Devo parlare con il fango e dirgli: “Ma com’è che fai? Fai il fango? Te che sei il fango fai il fango?!? Dovresti fare da prato, perché se no lui non può giocare poverino!
Insomma, non voglio tediarvi oltre, tanto ci siamo capiti. Sarà un caso, ma quelli che volevano rinviare la partita a tutti i costi perché il campo li avrebbe danneggiati, alla fine hanno perso.

La nuova stagione infine non comincia sotto i migliori auspici. “Ho dei dubbi sulla possibilità di migliorare questa squadra” e “Sono sicuro che nella mia carriera vincerò la Champions, l’ho vinta da calciatore e la vincerò da tecnico. Se mi chiedi se oggi è fattibile vincere con la Juventus la Champions, ti dico no” sono frasi che ammazzerebbero un toro.
Certamente non sono produttive: produttivo invece potrebbe essere studiare quelle squadre che hanno sovvertito i pronostici (BVB e Atletico Madrid per intenderci) e sono riuscite ad andare oltre le più rosee aspettative, per vedere “come” l’hanno fatto. Magari potremmo scoprire che una delle più grandi lacune dell’attuale Juventus è la mancanza di un gioco adatto a fronteggiare squadre più forti di noi; un gioco dimenticato, snobbato, forse “vecchio”, ma che si è storicamente dimostrato sempre redditizio in certe partite: difesa e contropiede. La Juve di Conte non lo fa mai. Non raramente: mai. Certo, non sarà “europeo”, non sarà moderno, non farà figo e farà storcere il naso a Pistocchi, però ha funzionato per quelle due compagini; e se l’ha fatto il Real in casa del Bayern, forse possiamo “abbassarci” a farlo anche noi qualche volta… “I giocatori vogliono sapere da noi come vincere anche se non sono perfetti; anche perché gli altri nemmeno sono perfetti, non è che noi sbagliamo e gli altri no. Il problema è scegliere quelle cose determinanti in quella partita, nemmeno in tutto il campionato, ma partita per partita, che ci fanno vincere”. Cominciamo a correggere il “difetto” di un gioco organizzatissimo ma un po’ monotematico, e chissà mai che… Ma è solo un esempio fra i tanti.

Conclusioni? Due.

  • Finale A (di quando la Juve aveva annunciato la permanenza di Conte sulla panchina bianconera). Adoro Conte e sono molto felice che abbia deciso di restare; secondo me è un signor allenatore, probabilmente uno dei migliori d’Europa; e però non è infallibile. E però ha ancora qualcosa da imparare. Non certo da me, che sono un semplice tifoso, ma forse, da uno degli allenatori più vincenti della storia dello sport, beh, forse da lui si.
    Mi piacerebbe che Antonio leggesse con animo sereno questo pezzo e lo prendesse non come un rimprovero, bensì come uno spunto di riflessione, un umile suggerimento su come si potrebbe tentare di migliorare la squadra; perché grande è l’affetto che nutro nei suoi confronti (nonostante le ultime dichiarazioni mi abbiano lasciato un po’ perplesso) e perché, per uno bravo e maniacale come lui, far fare questo ulteriore salto di qualità alla Juventus sarebbe tutt’altro che difficile. E chissà mai che alla fine non gli riesca di fare un paio di minuti meglio di Simeone… Due minuti in più dell’Ateltico Madrid li valiamo? Credo si si. Per cui, Anto’, siccome comunque lo sappiamo tutti che è difficile, smetti di spiegarmi perché non si può e proviamoci, ok?

  • Finale B (dopo che Allegri ha dichiarato quanto segue, facendomi letteralmente sobbalzare dalla sedia): “La Champions? E’ un torneo affascinante. Finora ho sempre passato il primo turno: quattro volte su quattro. E ho già raggiunto i quarti. Che è un obiettivo da non farci sfuggire. Il primo della stagione, comunque, sarà superare il girone. Ai ragazzi lo sto ripetendo: dobbiamo crederci. Bisogna credere nella possibilità di andare avanti in Champions fino alla fine. Poi è chiaro che quel che sarà, sarà. I quarti non sono un sogno, ma un obiettivo realistico. Dopo i gironi, la Champions diventa tutta un’altra cosa. Si passa all’eliminazione diretta. Dipenderà dagli abbinamenti, servirà anche un pizzico di fortuna. E poi dipenderà pure dalla condizione fisica che avrai. Può succedere di tutto. Lo ridico: bisogna crederci, avere fiducia. Ma anche essere realisti. Alla Champions partecipano squadre come il Barcellona, il Real, il Bayern e via dicendo che sono grandissime formazioni e hanno fatturati enormemente più grossi delle squadre italiane. Però ciò non vuol dire che la Juve non possa pensare di arrivare in finale. Noi dobbiamo fare la Juve. E quindi non possiamo non crederci. E poi vedremo. Bisogna crederci perché lo sport è questo. E noi abbiamo una squadra di grande qualità. E che ha pure grandi margini di miglioramento nei singoli. La Juve ha giocatori che devono ancora crescere. Pogba, Vidal, Marchisio, Coman, Llorente, lo stesso Asamoah, Morata… Tutti giocatori che se migliorassero il loro rendimento anche solo del 10 o del 20%, farebbero automaticamente crescere anche il valore della squadra”. “Determinazione, fiducia che può succedere, correggere i difetti, migliorarsi”. Serve aggiungere altro? Direi di no. Per quanto mi riguarda, Allegri ha appena conquistato i primi punti a credito da allenatore bianconero nel mio personalissimo taccuino.

Postfazione.
Chi vince festeggia, chi perde spiega. Perché la spiegazione sta sempre dietro alla giustificazione. E’ difficile vedere una squadra che vince e che sta a spiegare perché ha vinto. Voi avete visto un giornalista che… (fa segno di porgere il microfono ndr)? Nooo. Chi vince vince. Chi è che deve spiegare sempre? Chi ha perso. Allora invece di usare quell’energia a fare elaborazioni del perché ho perso, devo utilizzarla per vincere”. (Julio Velasco)

Annunci

Informazioni su Stefano OssimoroJu29ro

Imparate a conoscermi dai miei scritti Vedi tutti gli articoli di Stefano OssimoroJu29ro

One response to “Velasco, la Juve, io. Sogno di una notte di mezza estate

  • Marco Piumi

    Bellissimo pezzo, non sono d’accordo …. sono d’accordissimo !!!
    E’ sempre quello che ho pensato !!!
    Io ho fatto sport agonistico, e mai, dico mai, ho pensato di avere già perso prima di scendere in campo contro giocatori più forti di me !!!
    Infatti spesso riuscivo a sovvertire il pronostico, soprattutto perchè credevo in me stesso e nelle mie possibilità !!!
    Non mi sono mai sentito inferiore a nessuno, poi sul campo spesso finiva diversamente, ma l’approccio era questo !!
    Non ho mai capito le dichiarazioni di Conte in campo europeo … specialmente le ultime, assurde, contro il Benfica (ha un ranking migliore del nostro … ed il fatturato non conta più adesso ???) !!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: