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Sulla riforma dei criteri di ripartizione dei diritti tv

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Articolo apparso in data 28 aprile 2016 sul sito juveatrestelle.it

A quanto pare, è in arrivo l’ennesima riforma dei criteri di “distribuzione” dei ricavi derivanti dalla vendita collettiva dei diritti televisivi da parte della Lega di Serie A.

(Visto che in molti, dopo la pubblicazione di questo pezzo, mi hanno chiesto chiarimenti in privato, qui potete trovare TUTTO sui criteri distribuzione dei diritti TV in Europa ndr)

Non ho sottolineato “distribuzione” per caso: questa nuova riforma, come tutte le precedenti, non si preoccupa di intervenire per “incrementare” quella risorsa, bensì solo di come “distribuire” qualcosa che, ad oggi, non si sa neanche bene come si sia creata. Continua a leggere

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Sui diritti TV della Serie A: la resa dei conti

28 agosto 2013, ore 21:30, l’ANSA lancia la seguente notizia: “Diritti tv: 7 club chiedono cambiamenti. Chiesta anche la revisione dei proventi per il prossimo triennio”. Da quando la Serie A ha un problema di diritti TV?

Beh, guardando a questi due titoli “In The Premier League, The Sun Always Shines On TV” (dell’ottimo blogger The Swiss Ramble) e “Diritti TV 2015-2018: dobbiamo prepararci ad una riduzione degli importi?” (dell’altrettanto ottimo sito tifosobilanciato.it), voi cosa ne pensate? (ndr andate al link di tifosobilanciato.it e date un occhio alle ultimissime righe prima di procedere…)

Il problema era già stato oggetto di una raccomandazione da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato il 17 aprile scorso: qui trovate la mia analisi.Per riassumerla in breve, secondo la mia umilissima opinione, l’Autorità aveva clamorosamente sbagliato bersaglio. La preoccupazione dell’Autorità verteva su come ripartire al meglio la torta esistente, sul presupposto che una ripartizione che privilegiasse le squadre medie / medio piccole a danno delle più grandi (di una in modo particolare), alimentando una maggior competitività all’interno del sistema, avrebbe portato il movimento a crescere nel suo complesso, garantendo maggiori introiti in futuro. Il tema è senza dubbio molto complesso, ma io credo – e sostenevo – che il problema della competitività del “prodotto serie A” non sia al suo interno, bensì nella concorrenza “esterna”: cioè nell’appetibilità sul mercato mondiale in concorrenza con Premier League, Ligue 1, Bundesliga, etc. Partendo da questo presupposto, sottrarre risorse (e quindi ridurne la competitività e appetibilità) alle società di punta, secondo me, otterrebbe esattamente l’effetto contrario. Ma andiamo oltre.

Qual è il problema dei diritti TV in Italia, come percepito dagli attori dell’arena? Questo, indicato nella lettera (che vi invito a leggere qui, sono solo due paginette) che Fiorentina, Inter, Juventus, Roma, Sampdoria, Sassuolo e Verona hanno inviato al Presidente della Lega (vicepresidenza Milan, poi Torino, Cagliari, Napoli, Parma, Bologna, Atalanta, Udinese, Lazio, Catania). In sostanza, le società rimaste “fuori” vorrebbero conoscere le strategie predisposte per aumentare l’appetibilità del prodotto Serie A, prima di procedere col piano (presumo) concordato dagli altri. Testuale: “Prima che venga sottoposto all’Assemblea il rinnovo e l’ampliamento del mandato all’attuale advisor (Infront. Dal loro sito: Infront Italy gestisce i diritti marketing e advertising del Club più titolato al Mondo, l’AC Milan oltre a quelli di SS Lazio, Genoa CfC, UC Sampdoria, US Città di Palermo e Cagliari Calcio) (bisogna):

  1. Convocare in Assemblea Sky e Mediaset per conoscere il loro punto di vista sul mercato
  2. far preparare una stima indipendente sulle previsioni dei ricavi da diritti TV per i prossimi anni, comprensiva di analisi benchmarkPremier League e Bundesliga vs Serie A (come dicevo, competitività “esterna”, non “interna” ndr), verificando quali azioni strategiche sono state intraprese da queste leghe per determinare tale crescita e la loro applicabilità nel nostro contesto (come dicevo: copiare ndr)
  3. richiedere all’advisor attuale un piano strategico di sviluppo del prodotto televisivo Serie A e del Canale Serie A in modo da poter valutare contenuti e previsioni di ricavi
  4. individuare l’advisor per il periodo successivo alla scadenza del mandato vigente tramite una gara come avvenne nel 2007. Sul mercato vi sono infatti operatori che ritengono la Serie A un prodotto non sufficientemente sviluppato e disposti a garantire ricavi attuali a fronte di una fee più competitiva e vantaggiosa per la Lega rispetto a quella attuale. Una gara per la selezione dell’advisor appare utile anche in ragione del presunto contesto di mercato oligopolistico nel quale operano Sky e Mediaset

Concludendo poi con: “Il medesimo discorso vale anche, purtroppo, per lo sfruttamento dei diritti audiovisivi sul mercato Internazionale. E’ infatti evidente come tali diritti rappresentino un driver fondamentale per la crescita della serie A negli anni a venire e come sia necessario che la LNPA si adoperi a massimizzarne lo sviluppo ed i conseguenti ricavi”.

Insomma, il problema per gli attori del mercato è appunto quello di vedere come far crescere la torta, non come spartire quella già esistente.

E mentre guardavo questo mio scritto, pensavo che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato avrebbe un sacco di cose di cui occuparsi prima… A decidere come spartire la torta ci penseremo poi!

AGGIORNAMENTO 5 settembre 2013

SPY CALCIO di Fulvio Bianchi: “Diritti tv, Sabina Began consulente di Infront

AGGIORNAMENTO 12 settembre 2013

Si riporta, ad integrazione, questo interessante articolo, per gentile concessione del suo Autore, Antonio La Rosa, (Twitter @TitusPetronius), originariamente pubblicato in data 24 dicembre 2012 sul sito juworld.net.

“3 – Infront e l’antijuventinismo televisivo.

Una delle domande che mi sono sentito porre da diversi lettori, sul tema di quello che io definisco “uno scandalo di cui nessuno vuole parlare”, ossia il ruolo di Infront Italy (società di fatto satellite del gruppo Mediaset, vicinissima al Milan ed al suo A.D., Galliani), è quale sarebbe la ragione per cui Infront Italy potesse influire sull’ostilità mediatica a danno della Juventus.

Una ragione mi pare evidente, e mi riporto ad una nota (ma non troppo propagandata) intercettazione telefonica tra Meani e De Santis, nella quale l’addetto agli arbitri rossonero, minacciava di fatto una pesante ritorsione dei “propri giornalisti” verso il direttore di gara, in caso di decisioni contraria, in occasione di Fiorentina – Milan, stagione 2004 – 05: che poi sarebbe la scoperta dell’acqua calda, essere a conoscenza che la società rossonera ha pesanti controlli ed interferenze sul piano mediatico.

Ma ve ne è oggi un’altra non meno significativa, direi nascosta tra le righe, ma economicamente più importante, e ve ne spiego la ragione.
Vedete, da quando mi sono avvicinato a questo filone, sto scoprendo, giorno dopo giorno, cose molto ma molto interessanti, e soprattutto che la nostra informazione non è, né sarà mai obiettiva, fino a quando non sarà davvero autonoma da certi potentati e interessi di bottega.

Ad esempio, non avevo ben chiaro come venissero gestiti i diritti televisivi, e soprattutto CHI fosse il proprietario delle immagini televisive.

Che è, cosa scontata la Lega Serie A, non le emittenti che acquistano solo il diritto a trasmetterle, e la distinzione non è solo formale.

Per intenderci, la Lega, quale soggetto organizzatore del campionato di Calcio, composta dunque dalle società partecipanti, è l’Ente che di fatto ha la titolarità del prodotto calcio, le televisioni acquistano solo il diritto a trasmettere questo prodotto: ma la cosa non significa che quando una emittente acquista il diritto, acquista anche la produzione delle immagini, e qui entro nell’aspetto tecnico della questione.

Se andate sul sito di Infront Italy (http://www.infrontsports.it/chi-siamo/chi-e-infront-italy/) potrete leggere che:

“Infront Italy è in grado di offrire alle aziende clienti servizi tecnici di altissima tecnologia: ha creato uno dei più importanti centri italiani indipendenti per la produzione televisiva, con strutture di produzione e post-produzione TV, per la trasmissione dei segnali e i collegamenti satellitari da tutto il mondo.”

Questo passaggio mi era sfuggito originariamente: in sostanza, Infront Italy opera in questo modo, tratta la vendita alle emittenti televisive dei diritti a trasmettere le partite di campionato, gli highlights, le conferenze stampa dopo-partita, le interviste e via di seguito; ma al contempo, offre alle società acquirenti le cosiddette “infrastrutture per realizzare il prodotto televisivo, ossia i cosiddetti centri di produzione e post produzione TV (ossia la distribuzione delle immagini realizzate), quindi attrezzature, impianti, regie televisive, e così via.

Questo perché le emittenti televisive, potendo ben ritenere costoso mantenere strutture proprie per l’intera annata, e dunque anche nei periodi “morti” della stagione, da anni ritengono economicamente più conveniente affidarsi ad aziende esterne che producano questi servizi: di conseguenza, ad esempio, le immagini che trasmette Sky, sono sì commentate da giornalisti della redazione Sky, ma prodotte da regie televisive e personale gestito da società esterne, e non a caso credo avrete più volte sentito Caressa e colleghi parlare di “telecamere ed immagini esclusive Sky” in aggiunta a quelle ufficiali dell’evento calcistico.

Ne consegue dunque, che Infront Italy, dalla gestione dei diritti televisivi, ci guadagna due volte, la prima nel suo ruolo di “advisor”, ossia soggetto mediatore per la vendita, la seconda nel ruolo di produttore, per conto delle emittenti televisive, delle immagini, e dunque di vero soggetto organizzatore delle strutture e delle attrezzature necessarie.

Un affare enorme, come vi renderete conto.

Che c’entra la Juventus?

C’entra, per la semplice ragione che, essendo proprietaria dello stadio in cui gioca, ha pure realizzato un suo autonomo centro di produzione e post produzione TV, che gestisce in proprio e sul quale Infront Italy non può mettere le mani, anche se, da quanto mi risulta, ci ha provato: del resto avere tra le proprie strutture controllate anche il centro produzione e post produzione TV della squadra con il maggior numero di tifosi in Italia, è un affarone sul piano economico, per cui non poter “entrare” nello Juventus Stadium come azienda che cura questa attività, è un evidente “danno economico” per Infront Italy.

Questo vi spiega ulteriormente la ragione per cui molte emittenti private, hanno propri talk show televisivi popolati da giornalisti d’area, quale prezzo da pagare ad Infront Italy per trasmettere immagini, highlights, avere le immagini tempestivamente, ed averle in maniera completa; vi spiega pure come mai certe regie televisive non trasmettano immagini di episodi discussi in maniera esaustiva, mentre a Torino sono sempre trasmesse in maniera completa.

E vi spiega pure perché una società come la Juventus, che ha tracciato una prospettiva importante, togliendo ad altre aziende il controllo di questo affare (la produzione e post produzione TV), sia invisa a chi di questo affare fa la ragione della sua esistenza e della sua potenza economica.”


Sui diritti TV della Serie A di calcio

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha emanato il 17 aprile scorso una “segnalazione” sulla Disciplina della titolarità e della commercializzazione dei diritti audiovisivi sportivi e relativa ripartizione delle risorse”.

Normalmente la archivierei tra le “cose inutili di cui non mi importa nulla”, ma siccome sono stato “stuzzicato” in merito, vorrei fare alcune considerazioni seguendo passo passo il testo della “segnalazione”.

Avviso i lettori: è roba pallosa e che ha poco a che vedere con lo sport, quindi continuate a vostro rischio e pericolo.

Cominciamo.

Con riferimento ai criteri di ripartizione delle risorse, l’Autorità intende ribadire quanto affermato nell’indagine conoscitiva IC27 – Settore del calcio professionistico, in cui si sosteneva che “la quota dei proventi destinata ad essere ripartita sulla base dei risultati sportivi conseguiti debba essere sufficientemente significativa, nell’ottica di tutelare, attraverso l’adozione di un sistema meritocratico, l’incentivo delle squadre ad effettuare buone prestazioni” (cfr. punto 202, Indagine Conoscitiva sul Settore del Calcio Professionistico).”

Fin qui, nulla da dire: incentivare le società a comportarsi lealmente fino all’ultima giornata di campionato non può che far bene a tutto il movimento; dubito possa essere fatto promettendogli 500.000,00 € in più a piazzamento, viceversa basta ridurre il campionato a 16 squadre, con 4 retrocessioni, e vedrete come si schiaccia la classifica; altro che assenza di obiettivi!!!!.

Il settore calcistico, dal punto di vista concorrenziale, presenta delle peculiarità che lo distinguono nettamente dagli altri mercati, poiché i profitti realizzati dai club calcistici sono strettamente dipendenti dalla competizione sportiva, nel senso che nell’ipotesi in cui questa sia più intensa, in virtù di un maggiore equilibrio tra le squadre, i fruitori dell’evento sportivo avranno certamente maggiore interesse ad acquistare il bene, rappresentato proprio dall’evento sportivo.”

Qui invece cominciano le perplessità. I club che fatturano di più al mondo sono Real e Barcellona: non mi pare che la Liga brilli da anni per competitività ed incertezza del risultato finale. Non solo; all’estero, la gran parte dei profitti dipende da merchandising e sponsor, che sono in larga parte indipendenti dal piazzamento in campionato nel singolo anno. I 7 / 8 anni dei contratti di sponsorizzazione del Manchester United non sono certo stati conclusi perché gli sponsor avevano la garanzia di un piazzamento nei primissimi posti!

Laddove la competizione è più intensa, ci sarebbe più interesse da parte del tifoso a comprare l’evento sportivo.” Questo l’assunto.

Davvero? Io pensavo che l’interesse del tifoso fosse di veder giocare la propria squadra, i propri beniamini o al limite le grandi compagini zeppe di grandi campioni, che effettuano giocate spettacolari, con partite ricche di gol e di fascino. Magari mi sbaglio, però…

I massimi fasti della box moderna sono legati ad un nome ed un cognome a cui tutti avete già pensato: Mike Tyson. Vinceva tutti gli incontri e lo share schizzava alle stelle.

La Formula 1? Michael Schumacher e la Ferrari hanno dominato e dato lustro ad uno sport che “casualmente”, negli anni successivi, quando mancavano all’appello “il campione” e “la Ferrari”, ha visto calare di molto il gradimento del pubblico.

Il tennis? I tornei che incassano i maggiori diritti televisivi sono quelli che fanno incetta dei campioni del momento, anche se si sa già prima chi arriverà in fondo; e se non succede, è un danno, altro che. Calano gli ascolti con tutto quello che ne consegue.

Il ciclismo? “Pare” che gli addetti ai lavori sapessero delle malefatte di Armstrong, e gli spettatori sapevano che avrebbe vinto lui, ma “pare” che agli organizzatori non importasse, perché il campione portava ascolti e sponsor. Una classica senza nomi di grido è incerta nell’esito, ma è appetita dal pubblico?

Vogliamo poi parlare di Valentino Rossi e della Moto GP? Ma anche no, tanto arriviamo alla conclusione di prima.

Il calcio è diverso?

Supponiamo che fino all’ultima giornata Pescara, Siena e Cagliari si giochino lo scudetto punto a punto, mentre Juve, Milan, Inter e le romane navighino senza pretese e senza aspettative a metà classifica. Bene, l’80% dei tifosi italiani non avrebbero nessun interesse a guardare il campionato. Senza domanda, è dura aumentare il prezzo dell’offerta…

Ancora; la serie B è sempre molto incerta nell’esito finale, ma questo non ha mai incrementato l’interesse delle televisioni nel prodotto “campionato di serie B”.

Indovinate quando la serie B ha registrato il massimo interesse / massimi introiti dalle televisioni? Bravi. Quando la Juve ha disputato quel campionato, nonostante persino i muri sapessero chi l’avrebbe vinto alla fine! Contemporaneamente, la serie A ha vissuto forse il suo momento di minor interesse televisivo degli ultimi anni.

Voci incontrollabili sul web dicono che durante Calciopoli le due principali emittenti televisive abbiano fatto pressioni affinché la serie A non venisse smantellata di tutti gli attori principali, pena la revisione al ribasso dei contratti in essere. Essendo una voce non confermata, la prendiamo per quel che è; certo non mi stupirei se fosse vera, perché infinitamente logica!

Incredibilmente, pare che per fare uno spettacolo che sbanchi i botteghini ci vogliano dei grandi e famosi attori protagonisti!

Brad Pitt e Angelina Jolie si intascano la gran parte del budget ed a nessuno è mai venuto in mente di dire che per un maggior successo del film sarebbe stata utile una più equa distribuzione dei compensi tra loro e le comparse!

Andiamo avanti.

La stessa teoria economica ha ampiamente rilevato come i profitti di una società sportiva dipendano dalla competitività dei concorrenti,”

E qui… La “teoria economica” veramente dice che il massimo profitto per una società si ha in regime di monopolio (assenza di concorrenti), che è esattamente il contrario rispetto ad un ambiente competitivo!

Infatti, di nuovo, le due società che fanno maggiori profitti sono il Barcellona e il Real Madrid, che, neanche a farlo apposta, operano in regime di duopolio; viceversa, se ci riferiamo al prodotto “Campionato di Serie A” (e non scorrettamente alle singole squadre), da quando i campionati esteri “competitor” del nostro hanno migliorato il prodotto, il nostro ha visto calare di molto l’appetibilità. Punto di svolta nel trend dei fatturati? Il 2006, casualmente coincidente con l’uscita di scena della Audrey Hepburn della seria A.

atteso che – dal punto di vista dei tifosi consumatori – un evento sportivo ha una maggiore attrattiva in quelle ipotesi in cui si ha un maggiore equilibrio tra i competitor.”

Resto perplesso. Secondo questo assunto, Juve-Pescara dovrebbe registrare molti meno spettatori di Siena-Cagliari, in quanto partita dall’esito scontato nel primo caso e molto incerto nel secondo; e invece…

Infatti, soltanto se vi è equilibrio tecnico tra le squadre che prendono parte ad un campionato vi può essere incertezza in merito al risultato,” (lapalissiano, ma vero fino ad un certo punto, visto che l’incertezza del risultato è legata all’essenza stessa del concetto di sport) la quale comporta, a sua volta, una maggiore attrattività delle competizioni sportive.”

Ora, è evidente che Juve-Milan sia più attrattiva di Juve-Pescara; ma questo perché il risultato è in bilico o per via degli attori protagonisti?

Chievo-Cagliari, altrettanto in bilico nel risultato, non se la filerà nessuno dei tifosi di Juve, Milan, Napoli, Inter, Lazio, Roma etc. (e men che meno all’estero, perché, non dimentichiamolo, i diritti televisivi sono anche quelli “esteri”) e risulta essere “una competizione sportiva infinitamente poco attrattiva”, contraddicendo l’assunto.

Legare l’attrattività di un evento di spettacolo (perché il calcio questo è oggi, e forse sarebbe il caso di cominciare a capirlo e comportarsi di conseguenza!!!) all’incertezza del risultato la ritengo una…. “affermazione fortemente opinabile”, per usare un eufemismo! Non è che uno va a teatro a vedere Shakespeare perché non sa che fine faranno Romeo e Giulietta!!!!

Penso che qualsiasi banale studio statistico (lo share potrebbe essere un ottimo surrogato; in alternativa il nr assoluto di spettatori) dimostrerebbe senza ombra di dubbio una correlazione altissima tra “attrattività di un evento sportivo” e “soggetti partecipanti”, mentre sarebbe molto più bassa tra “attrattività di un evento sportivo” e “incertezza del risultato”.

Ad esempio, Champions League vs Europa League.

La remunerazione del merito sportivo agevolerebbe il conseguimento dell’equilibrio tra i partecipanti alle competizioni”

Anche qui è mooooolto opinabile: più vinco, più soldi incasso da sponsor e dalla ripartizione dei diritti televisivi, con quei soldi compro giocatori migliori, divento ancora più forte, ho maggiori probabilità di vincere, guadagno ancora di più e così via.

e stimolerebbe gli investimenti nello sport anche da parte di nuovi entranti.”

Che è esattamente quello che si vorrebbe evitare con il Fair Play Finanziario: l’ingresso di nuovi capitali finalizzati all’acquisto dei giocatori, che drogano il mercato, causando l’impennarsi dei costi e portando il sistema sull’orlo del fallimento (quello che è stato il calcio fin ora ed a cui si cerca di porre rimedio).

Per converso, qualora, la quota delle risorse sia allocata secondo criteri che premiano in buona parte la storia e la notorietà di un club, gli investimenti volti a sviluppare club minori per portarli a competere ad armi pari non potrebbero produrre un’adeguata remunerazione in tempi ragionevoli e, quindi, non verrebbero effettuati.”

Traduco in soldoni: io investo dei soldi per comprare dei campioni, così arrivo più in alto in classifica e prendo più soldi dalla ripartizione dei diritti televisivi; ma se tu non mi dai subito questi soldi, che interesse ho ad attuare una politica di questo genere?

Bene: care società, buttate a mare tutti i ragionamenti fatti finora che sostengono che dovete diversificare i ricavi dotandovi di strutture, aumentando il merchandising etc etc. e spendete i soldi in un asset intangibile quali sono i calciatori. Così se sbagliate stagione (cosa possibile/probabile visto che il sistema è molto più competitivo e c’è chi potrebbe aver fatto meglio di voi; anche perché tutti fanno lo stesso ragionamento e cercano di accaparrarsi i giocatori migliori, quindi…) non avrete i ricavi attesi dal piazzamento in classifica, non potrete rivendere i calciatori (che nel frattempo si sono deprezzati), fallirete e creerete un danno a tutto il sistema, che diventerebbe complessivamente meno appetibile, generando meno ricavi complessivi, ma che nel frattempo ha dovuto aumentare i costi (stipendi dei giocatori) per essere competitivo. Avete presente l’esito probabile di un’azienda con costi rigidi in crescita, che si trovasse a fronteggiare una strutturale diminuzione dei ricavi?

Viene quindi qui riproposto come soluzione il calcio che si vorrebbe eliminare perché si è dimostrato totalmente inefficiente.

(E poi, si potrebbe magari parlare di ROE e ROI, ma tralascio per non far scappare i due lettori che hanno resistito fin qui.)

In questa prospettiva, non può, quindi, condividersi, in primo luogo, il riferimento contenuto nel Decreto agli articoli 25 e 26 sopra richiamati, secondo cui il “risultato sportivo” debba far riferimento anche ai risultati conseguiti da ciascuno dei partecipanti alla competizione a partire dalla stagione sportiva 1946/19472.”

Ma allora, dobbiamo legare o slegare la redditività ai risultati sportivi? Si mettessero d’accordo almeno con se stessi! Cioè, io sono talmente bravo da dominare sportivamente per anni, e cosa ottengo come premio per il mio grande merito sportivo? Che ogni anno devo ricominciare da zero.

Di grazia, in che modo questo invoglierebbe un imprenditore ad investire dei capitali, se ogni anno i suoi danari sono soggetti alla “casualità” (o ai cicli) del risultato sportivo?

Adriano Galliani l’anno scorso citava costantemente un’indagine europea che dimostra come i migliori o peggiori risultati sportivi (che secondo l’Autorità dovrebbero tradursi in maggiori o minori ricavi) sono inversamente correlati al numero ed alla rilevanza degli infortuni occorsi alla rosa; bene, tradotto nella realtà dell’Autority, significa che un imprenditore sarebbe invogliato ad investire dei capitali, sapendo che il ritorno economico è legato al fatto che l’Ibrahimovic di turno si rompa o meno i legamenti nel corso della stagione, o che cada in depressione per una delusione amorosa o la saudade ed invece di giocare si ammazzi d’alcolici. Realistico?

Inoltre, anche il riferimento al bacino d’utenza dei club non risulta direttamente riferibile al risultato sportivo. Il numero di spettatori cui può fare affidamento una società di calcio sfugge, infatti, alla logica meritocratica.”

Abbiamo scoperto l’acqua calda: il tifoso è tifoso e tifa sempre per la stessa squadra, fregandosene se merita o meno di vincere il campionato. Il tifoso non tifa per la squadra più meritevole, bensì per la “sua” squadra. Questo sarebbe un problema perché non è meritocratico.

A me sembra che sapere di poter contare su una base solida e stabile di potenziali acquirenti (i tifosi) sia una cosa bella per qualsiasi imprenditore voglia investire del danaro per commercializzare un prodotto, o no? L’alternativa, cioè un gruppo di consumatori che cambia radicalmente le scelte di consumo ogni anno, secondo logiche non governabili, dovrebbe invogliare un’azienda ad entrare in quel mercato con massicci investimenti? Mah.

Appare dunque necessario rivedere l’opportunità di mantenere tale criterio di ripartizione, o quanto meno di limitarne ulteriormente l’incidenza rispetto a quello del merito sportivo.”

Diamo i soldi a chi vince, ma non a chi vince troppo o troppo a lungo, perché è più giusto se vincono un po’ tutti, e possibilmente non diamoli neanche a chi ha tanti tifosi cui vendere il prodotto “calcio” (non so perché, ma messa così a me sembra fatta su misura per penalizzare una società in particolare…. Deformazione tifoide?); questo farà aumentare i ricavi di tutta la Serie A!

Davvero?

Facciamo un esempio che esuli totalmente dal calcio, così eliminiamo le potenziali storture tifoidi.

La bevanda più venduta nel mio bar è il Brunello d’annata. Questo non è bello perché io vendo un sacco di Brunello e poco di tutte le altre bevande, e la gran parte dei ricavi vengono dalla vendita del Brunello. A me questa cosa non piace perché è fastidioso che si beva solo Brunello, ed io voglio incentivare il consumo di altre bevande. Decido così di penalizzarlo per incentivare il consumo delle altre, cercando di renderle tutte sufficientemente e parimenti attraenti. Tra l’altro, oltre ad una finalità sociale lodevole e molto democratica, anche se poco meritocratica, (far vincere nella classifica delle vendite annuali di volta in volta una bevanda diversa), sono convinto che il mio bar aumenterà i profitti vendendo più bevande in totale.

Già, ma io stesso sostengo che “il bacino d’utenza di una bevanda NON risulta direttamente riferibile al piazzamento nella classifica annuale. Il numero di affezionati cui può fare affidamento una bevanda sfugge, infatti, alla logica meritocratica.” Incredibilmente, se un consumatore può permettersi il Brunello, se gli piace il Brunello, vuol bere il Brunello, e per quanto io mi sforzi di fargli bere la Coca Cola, per quanto riesca a venderne in più (ed a farla salire nella classifica delle vendite), continuerà a voler bere il Brunello.

Quale esito pensate che avrà la mia iniziativa? Un aumento dei profitti del mio bar? Secondo me, il bevitore di Brunello andrà a cercare qualcosa di simile in altri locali, o più semplicemente smetterà di bere vino e solo una minima parte si accontenterà di ripiegare sulle bevande gasate, col risultato che i miei profitti diminuiranno sensibilmente. I produttori delle altre bevande mi saranno riconoscenti per l’incremento nelle loro vendite; solo che a tendere, causa diminuzione dei ricavi, sarò disincentivato a riammodernare il bar e se dovessi venderlo incasserei molto meno. I ricavi complessivi non aumenterebbero, e se per caso la diminuzione addirittura non compensasse più i costi?

Credo non sia difficile trasporre l’esempio nel calcio.

In relazione all’assenza di terzietà del soggetto preposto alla determinazione dei criteri di ripartizione delle risorse, si osserva che la Lega Nazionale Professionisti Serie A (di seguito, la Lega)3, come noto, associa in forma privatistica le società sportive affiliate alla Federazione Italiana Gioco Calcio (FIGC) che partecipano al Campionato di Serie A e che, a tal fine, si avvalgono delle prestazioni di calciatori professionisti. La Lega, in quanto composta da organi in cui siedono esponenti delle singole squadre, non rappresenta il soggetto nella posizione migliore per dettare le regole di ripartizione delle risorse, posto che talune società potrebbero trovarsi nella condizione di influenzare a loro vantaggio tali scelte. La ripartizione dei proventi derivanti dalla vendita dei diritti televisivi, indipendentemente dallo specifico meccanismo di commercializzazione adottato, dovrebbe, quindi, essere effettuata da un soggetto avulso dagli interessi economici delle società di calcio, e realizzata nell’ottica di garantire la necessaria flessibilità e competitività dell’intero sistema calcistico.”

Maggiore competitività del sistema calcistico al suo interno, cioè tra le singole società, o del sistema calcistico al suo esterno, cioè la “Serie A” in competizione con gli altri campionati esteri? Perché le ricette sono molto diverse, in alcuni casi antitetiche!!! Quelle proposte mi sembrano valide per la prima ipotesi; dannose per la seconda.

Sarebbe, quindi, auspicabile, coerentemente con quanto affermato nella citata indagine conoscitiva IC27 – Settore del calcio professionistico, l’individuazione di un soggetto terzo per stabilire la ripartizione delle risorse derivanti dalla vendita dei diritti audiovisivi al fine di garantirne una maggior equità e imparzialità.”

Ma il Governo non è un’autorità terza? Perché non va bene? Perché non è “terzo” o perché ha scelto dei criteri che non piacciono?

L’Autorità auspica, quindi, che il quadro normativo in materia venga rivisto al fine di risolvere le criticità sopra indicate.”

Quali criticità? Far vincere un po’ tutti o far vincere la Serie A nei confronti dei competitor esteri?

Ora, se si vuole un campionato più equo, dove vincono un po’ tutti, che leghi i risultati economici ai risultati sportivi, socialmente più apprezzabile perché redistribuisce le gioie della vittoria su tutte le squadre, valgono certamente i dettami dell’Autority; ma per favore non venitemi a raccontare che questo invoglierebbe gli investimenti imprenditoriali né che avrebbe come esito finale un aumento dei ricavi derivante dalla vendita ad un prezzo maggiore del prodotto “campionato di serie A”, perché queste sono, a mio inutile parere, conclusioni errate tratte su premesse gravemente sbagliate.

Concludo con una nota a proposito del campionato inglese, tanto strombazzato come esempio di distribuzione meritocratica delle risorse (a sproposito per altro; la gran parte delle risorse rinvenienti dalla vendita dei diritti televisivi viene distribuita in parti uguali: cosa ci sarà di meritocratico nel criterio “a tutti lo stesso importo” me lo spiegassero… Un’altra fetta consistente viene divisa sulla base dei passaggi televisivi, ed ovviamente la gran parte va alle 3 / 4 società più televisivamente appetibili; solo il quarto che avanza viene ripartito sulla base del piazzamento finale in classifica) e di equità che garantirebbe crescita dei profitti.

E’ di questi giorni la notizia di un possibile accordo per garantire alle squadre retrocesse un paracadute pari a qualcosa come 70 ml di €, presi dai diritti televisivi della Premier (metà delle squadre di serie A non li fatturano contando tutti i ricavi possibili!). Questi soldi pongono le società retrocesse in una posizione assolutamente dominante nel loro nuovo campionato di competenza, agevolandone enormemente il ritorno in prima serie. Perché viene fatto? Perché si vuole tutelare gli imprenditori che hanno investito dei soldi dall’esito infausto di una stagione sportivamente sfortunata: questo si che li invoglia ad investire, altro che la meritocrazia!

E l’NBA? Lì, democraticamente, le retrocessioni le hanno abolite del tutto, cancellando di fatto il (de)merito sportivo. Cos’ha questo a che vedere con la meritocrazia sportiva? Ovviamente nulla, ma è coerente con la necessità di invogliare gli investimenti ed aumentare i profitti complessivi del sistema.

Ed prodotti “Premier League” e “NBA” tirano e vendono, eccome se vendono!!!

Domandona finale: ma copiare i sistemi che funzionano è proprio così impossibile?


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