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IMU si, IMU no: facciamo a “testa o croce”?

Cominciamo proprio dall’inizio: cos’è l’IMU?

L’IMU – Imposta Municipale propria – è un’imposta (non una tassa ndr. Qui la differenza) di natura patrimoniale il cui presupposto consiste nel possesso di fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli a qualsiasi uso destinati, e sostituisce sia l’Ici che l’Irpef sulla rendita catastale. Il pagamento dell’IMU è legato al possesso di diritto dell’immobile: oltre al proprietario, sono obbligati al pagamento anche il titolare del diritto reale di usufrutto, d’uso o abitazione.

Per calcolarne l’importo, esiste una formuletta che si può tradurre rozzamente in: più la casa ha valore, più si paga.

Una volta determinato l’importo base, si sottraggono 200,00 euro se l’abitazione è “prima casa” (l’importo poteva essere modificato dal Comune di residenza ndr) ed altri 50,00 euro per ogni figlio presente di età inferiore ai 26 anni, fino ad un massimo di 400,00 euro.

Una nota importante su queste detrazioni. Prevedere delle detrazioni in misura fissa ha come effetto quello di rendere l’imposta “progressiva”, ossia il suo ammontare “pesa” in misura più che proporzionale all’aumentare della base imponibile.

Esempio chiarificatore. Supponiamo che l’immobile A generi una base imponibile di 500,00 euro, mentre quello B di 1.000,00. Supponiamo che entrambi gli immobili siano “prima casa” e abitati da una famiglia con un figlio e che per questo abbiano diritto a 250,00 euro complessivi di detrazioni. L’immobile A pagherà quindi 250,00 euro di IMU mentre l’immobile B 750,00. A parità di base imponibile, l’IMU sull’immobile A pesa il 50% mentre sull’immobile B il 75%: da qui il fatto che l’IMU è un’imposta progressiva: al crescere del valore dell’immobile si paga proporzionalmente di più.

(Di fatto già oggi una prima casa di poco pregio, in comuni minori, abitata da una famiglia, paga un’IMU molto bassa o addirittura nulla; viceversa nel caso di un ampio attico milanese/romano, con vista su beni artistici di grande valore storico, l’IMU ha un impatto sicuramente più importante.)

Prima di procedere oltre nell’analisi “abolirla si/abolirla no”, devo introdurre due concetti indispensabili al proseguo della discussione: il concetto di “propensione marginale al consumo” e la definizione di “PIL”.

La “propensione marginale al consumo” è il rapporto tra l’incremento dei consumi e l’incremento del reddito; misura, in altri termini, qual è l’incremento/decremento dei consumi all’aumentare/diminuire del reddito. La propensione marginale al consumo diminuisce all’aumentare del reddito, ossia più cresce il reddito e meno, in proporzione, si consuma. Per banalizzare ulteriormente il concetto, si è verificato che incrementi di poche decine di euro nei redditi più bassi saranno interamente spesi, mentre lo stesso incremento nei redditi più alti lascerà tendenzialmente invariati i consumi: l’incremento di reddito si trasformerà tendenzialmente in risparmio.

Il “prodotto interno lordo” – PIL – è il valore totale dei beni e servizi prodotti in un Paese da parte di operatori economici residenti e non residenti nel corso di un anno, e destinati al consumo dell’acquirente finale, agli investimenti privati e pubblici, alle esportazioni nette (esportazioni totali meno importazioni totali).

Il PIL è dato quindi dalla somma dei consumi privati “C” + spesa dello Stato “S” + investimenti “I” + saldo importazioni/esportazioni. Ci sono diversi modi per calcolare il Pil ma tutti conducono ovviamente allo stesso ammontare finale. Per semplicità, considererò il PIL come somma di C+S+I, trascurando l’effetto “bilancia commerciale”. Una piccola nota: come vedete, il “risparmio” non entra nella formula.

E veniamo al dibattito in corso IMU si – IMU no.

Abolizione dell’IMU sulla prima casa (o abolizione in generale).

Togliendo l’IMU sulla prima casa (ma in generale togliendola e basta) si libera reddito ai privati; reddito che potrebbe essere destinato a consumi “C” o investimenti “I” o risparmiato; l’effetto sul PIL sarebbe certamente positivo.

L’IMU, come abbiamo visto, è un’imposta progressiva; la sua abolizione quindi avrebbe l’effetto di liberare reddito in misura maggiore per le fasce più alte; reddito che, però, data la propensione marginale al consumo più bassa di queste ultime, sarebbe in buona parte risparmiato e non speso: possiamo quindi concludere che l’effetto sui consumi sarebbe sì positivo, ma probabilmente ridotto.

L’abolizione dell’IMU avrà però anche un riflesso sulle casse dello Stato, che saranno private di quel gettito fiscale. Le conseguenze che potrebbero verificarsi a questo punto sono due: tagli di spesa pubblica di egual importo o sostituzione con una nuova imposta/tassa.

L’ipotesi uno (taglio di spesa pubblica) avrebbe un effetto negativo su “S” (spesa dello Stato) in misura piena, andando a contrastare l’incremento di “C” o “I” da parte dei privati; siccome abbiamo visto che il reddito “privato” liberato sarebbe in buona parte risparmiato e non consumato, possiamo concludere che l’abolizione dell’IMU finanziata da taglio di spesa pubblica comporterebbe sì un travaso da S a C ed I, ma una parte sarebbe certamente risparmiata: per questa parte, l’abolizione dell’IMU avrebbe l’effetto finale di far diminuire il PIL, ossia avrebbe un effetto recessivo.

Al di là delle questioni filosofiche, questo è l’esito economico a livello aggregato e credo di non sbagliare nel dire che in questo momento l’Italia non ha bisogno di misure recessive.

Abolizione dell’IMU e sostituzione con nuova imposta/tassa.

Supponiamo di sostituirla con una nuova tassa o con un incremento di quelle esistenti (è lo stesso). La tassa, essendo un pagamento per un servizio (un pedaggio autostradale, un ticket sanitario etc) tendenzialmente indifferenziato per fasce di reddito, è generalmente regressiva, ossia incide in misura maggiore sui redditi più bassi (36,15 euro a ricetta pesano percentualmente molto di più su una pensione da 600,00 euro al mese che su un reddito di 5.000,00); se l’ammontare finale del gettito fosse invariato, l’effetto sarebbe quello di erodere ulteriormente la capacità di spesa dei redditi più bassi, con effetti negativi sui consumi. “C” diminuirebbe e con esso la somma finale del PIL (al netto delle altre voci): possiamo quindi concludere che sostituire l’IMU con una nuova tassa o con un aumento di quelle esistenti avrebbe un effetto recessivo.

L’ipotesi dell’introduzione di una “service tax” che sostituirebbe l’IMU (qui ad es.) non mi trova affatto favorevole a causa degli effetti recessivi che porterebbe con sé.

Supponiamo invece di sostituire l’IMU con un’imposta diversa: un aumento dell’IVA ad esempio. L’IVA è l’imposta per eccellenza sui consumi, ed incide in misura maggiore su quei consumi cosiddetti “incomprimibili” che, neanche a farlo apposta, sono quelli tipici delle fasce di reddito più basse (per non appesantire la lettura, se volete “approfondire” un minimo, vi rimando qui). Vale quindi il ragionamento precedente: sostituire l’IMU con una nuova imposta (o con un aumento di quelle esistenti) avrebbe un effetto recessivo “se” la nuova imposta incide maggiormente su redditi ad alta propensione marginale al consumo.

Nella discussione politica corrente, forse forse sarebbe meglio cercare le risorse per scongiurare il prossimo aumento dell’IVA, non l’IMU…

A questo punto appare evidente che l’unico caso in cui l’abolizione dell’IMU NON avrebbe effetti recessivi sarebbe nel caso in cui fosse sostituita con un’altra imposta progressiva.

Quale? Beh, ce ne sono un sacco a dire il vero, ma la questione di fondo è che la redistribuzione del reddito da un soggetto ad un altro, all’interno di una Nazione, deve essere una “scelta di politica economica e sociale”: prima la politica decide dove vuole portare il Paese, poi sceglie quale strada intraprendere e come arrivarci, chi “favorire” e chi “penalizzare”, ossia il “come farlo”. Nella mia analisi, l’idea di fondo che guida le scelte è quella di mettere in essere misure economiche che abbiano effetti espansivi sul PIL, senza curarmi dell’effetto sul consensus politico: è un’idea, ma non è detto che debba essere l’unica né che sia la migliore. Nel dibattito politico corrente invece, mi pare che le scelte di politica economica siano (e siano state da molti anni) guidate dalla demagogia, e che con essa siano purtroppo coerenti.

Poi magari, parere personale, ci si potrebbe anche sforzare di partorire un’idea di politica economica che non si limiti a “nuove tasse / tagli di spesa”; che so, si potrebbe cercare di agire sul saldo importazioni/esportazioni o introdurre misure che “penalizzino” il risparmio, spingendo i cittadini a trasferirlo ai consumi o (meglio ancora) agli investimenti, ed ottenere così effetti espansivi sul PIL.

Che dite? Chiedo troppo a questa classe dirigente? A giudicare dal livello del dibattito politico degli ultimi anni, direi purtroppo di si.

 

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